Subject expert: quando la conoscenza non basta più
I tempi cambiano velocemente ed è bello apprezzare le novità che portano nelle relazioni fra persone e nello sviluppo delle professioni come quella del “subject expert”: il consulente, il docente, lo specialista o l’esperto della materia.
Partiamo con un antefatto. Parte del mio lavoro consiste nell’essere invitato a riunioni nelle quali mi si chiede una riflessione su una materia della quale sono reputato un esperto. A seguito di richieste come questa, preparo una presentazione in cui raccolgo qualche dato aggiornato, illustro le principali evidenze della letteratura e poi sviluppo delle conclusioni di natura applicativa, anche considerando le specifiche attese del committente. Di norma impiego qualche caso esemplificativo per stimolare un confronto qualora i concetti possano apparire troppo astratti. Si tratta di un processo che necessita tempo e l’impiego di capacità affinate nel corso degli anni.
Oggi, con la diffusione delle tecnologie AI, percepisco con netta chiarezza che è uno schema lavorativo in una fase di declino che non esito appellare come rapido. Una recente esperienza me ne ha dato un inequivocabile segnale.
Mi contattano per uno di questi interventi, concordiamo il tema, mi dedico allo sviluppo della presentazione con un certo orgoglio poichè vorrei dire cose che abbiano un senso e che siano un “po’ originali” e utili , e si pianifica la data per l’incontro nel quale avrò occasione di illustrare il mio pensiero. Il giorno stabilito l’organizzatore mi introduce e inizio a sviluppare il ragionamento che avevo preparato, giungendo alla prima pausa del percorso logico che mi ero proposto di seguire per rivolgere ai partecipanti la consueta domanda: “avete qualche quesito o commento rispetto a quanto trattato fino a ora?”.
In passato, nella stragrande maggioranza dei casi, a questo invito seguiva il silenzio. Difficile che qualcuno facesse delle domande senza sapere dove la presentazione li avrebbe portati. Inoltre, lo scopo principale di quest interventi era di offrire contenuti che i partecipanti non conoscevano del tutto o non conoscevano in sufficiente dettaglio. In buona sostanza, godevo di un certo vantaggio di conoscenza. Nell’esperienza che sto raccontando, la tradizionale routine si è spezzata ll’imporvviso all’improvviso. Uno dei partecipanti, un ragazzo che avrà avuto una ventina d’anni e dallo sguardo cordiale – scoprirò poi che studiava al prestigioso MIT – prende la parola e informa tanto me quanto i presenti che ChatGPT gli aveva sintetizzato i cinque punti chive sul tema che stavo esponendo. Li riassume per poi chiedermi cosa ne pensassi alla luce della mia conoscenza della materia.
Avendo un po’ di anni di esperienza, quasi inconsciamente riprendo l’intervento ricanalizzando il discorso verso quello che mi ero promesso di fare. Tuttavia, questo intervento aveva completamente interrotto il flusso narrativo, portandolo alla fine del ragionamento che stavo costruendo e introducendo, nel contempo, un altro “esperto” nel dibattito: la voce del ragazzo affiancata da quella dell’intelligenza artificiale che aveva impiegato che era altro che la sintesi di tante voci autorevoli che avrà sicuramente saputo elaborare con maestria.
Ora si potrebbero aprire grandi dibattiti sull’autorevolezza dell’intelligenza artificiale, sulla sua capacità critica e via dicendo. Ma non vorrei ritrovarmi a reagire come ai tempi dell’avvento di Internet. Allora avevo un po’ più di vent’anni e mi ricordo bene che tutti si preoccupavano dei limiti, senza considerare che si trattava di un paradigma tecnologico in progressiva evoluzione. Oggi esistono corsi che insegnano a usare Internet o siamo tutti nativi digitali?
I tempi cambiano, ho pensato fra me, e bisogna ripensare il proprio lavoro, scegliendo se essere innovatori, leader nell’adozione di novità sviluppate da altri, inseguitori veloci e anche un po’ tattici, oppure far parte degli ultimi che abbandonano vecchie prassi. È una questione di ciclo di adozione dell’innovazione: materia che avevo già studiato tanti anni fa sui banchi università.
Tornando al lavoro del subject expert, innanzitutto, mi trovo a osservare che le attività di raccolta dati e sistematizzazione della letteratura sono già automatizzate e lo saranno sempre più in futuro. La qualità di questo lavoro migliorerà progressivamente nel tempo grazie alla diffusione delle tecnologie dell’intelligenza artificiale con il risultato che da attività a valore aggiunto che concorrevano a differenziare la qualità del lavoro e degli esperti, diventeranno attività meno differenzianti che nel passato e più facilmente eseguibili da un numero sempre maggiore di persone. Le organizzazioni professionali più strutturate potrebbero mantenere un vantaggio di scala per capacità di elaborazione. Ma i subject expert che hanno costruito il loro successo sul dominio di queste attività rischiano di perdere i propri tratti distintivi a meno che non trovino spunti reali di differenziazione e impatto. Da questa angolazione, mi interrogo se avremo sempre bisogno di tanti centri studi in futuro e come questi si differenziazione se l’accesso alla conoscenza diventa più economico, facile e veloce. Quelle organizzazioni complesse impegnate nella raccolta di dati e loro elaborazione che si presentano come subject expert dovranno ripensare la loro strategia in un mondo dove la conoscenza circola veloce e si può ricomporre in forme originali a basso costo.
In secondo luogo, le attività di presentazione o diffusione della conoscenza vanno anch’esse ripensate per esaltare la relazione umana e sociale e abbandonare progressivamente vecchi formati e tempi di veicolazione del sapere. Le persone, per esempio, arriveranno sempre più preparate ai momenti di scambio informativo. Basterà una manciata di minuti, non giorni, con le nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale. Inoltre, è già possibile partecipare a un incontro con un subject expert potendo svolgere un fast check quasi immediato su quanto afferma oppure per elaborare, in modalità sincrona, spunti di riflessione o domande di approfondimento per l’oratore stesso. Come quel ragazzo che ha preso la parola durante il mio intervento che vi raccontato.
Tutto muove verso una conclusione: si alzerà sempre più l’asticella per coloro che vogliono proporsi come subject expert, non tanto o non solo sul fronte del sapere di cui dovranno disporre o saper mobilitare e governare, ma anche su come interagire in un mondo di persone che utilizzeranno l’intelligenza artificiale a supporto delle loro capacità di pensiero critico.
In ultimo, nelle attività di diffusione del sapere, che acquisiranno maggior valore nella prospettiva degli uditori, devono tornare al centro il dibattito e il confronto. Questo è l’aspetto più potente che vedo all’orizzonte e rispetto al quale bisogna attrezzarsi. Se nel governo del sapere si pone un tema di ricerca di spunti di originalità e differenziazione sostenibili, nella fase di diffusione della conoscenza la partita si giocherà sulla capacità di rendere l’esperienza più attiva, pervasiva, coinvolgente e a maggior carattere sociale, anziché un processo passivo e individuale. La diffusione richiederà sempre più di combinare ciò che si può automatizzare con quello che richiede una co-creazione fra subject expert e persone che desiderano confrontarsi con lui. L’innovazione e il governo di questo processo sarà un aspetto chiave guardando al futuro.
In sintesi, stiamo partecipando a grandi innovazioni nei processi di governo, diffusione e applicazione del sapere che ridisegnano il lavoro del subject expert, anche quando questo si configura come un’istituzione educativa o professionale. Per raggiungere la parità competitiva, bisogna saper partecipare al ciclo di produzione e diffusione della conoscenza, forti di un chiaro posizionamento, per continuare a essere riconosciuti come subject expert; tuttavia, per essere realmente competitivi servono nuove specializzazioni, capacità e intelligenze per contraddistinguersi, che non sono solo quelle intellettuali ma anche, e sempre di più, emotive, comunicative e sociali.
